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Immigrazione e altri problemi di identità


Questa pagina è in corso di revisione: il testo pubblicato si riferisce all'esperienza dell'autrice presso il Ser.T. della soppressa U.S.S.L. 44 di Montichiari

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L'emigrazione come fattore di rischio per le tossicomanie

 

Considerando il problema dei pazienti stranieri che si rivolgono ai servizi tossicodipendenze ci si propongono, in primo luogo,  tre interrogativi specificamente clinici:

  • l’emigrazione in quanto tale, indipendentemente dal paese di partenza e dal paese di arrivo,  potrebbe essere  un fattore di rischio per le tossicomanie ?
  • se lo è qual è il rapporto tra i due fenomeni?
  • come eventualmente questo rapporto potrebbe interferire con il trattamento del singolo paziente?

Premettiamo che affronteremo questi tre quesiti prescindendo dai riflessi che il rapporto emigrazione/ tossicomanie potrebbe avere su:

  • i programmi di prevenzione primaria

  • i programmi di salute pubblica 

  • le politiche sociali

perché questi aspetti  verranno trattati in altra sede.
Il materiale bibliografico che abbiamo consultato, inoltre,  non è in prevalenza centrato sulle tossicomanie  e sull’immigrazione ma sull’emigrazione.
Infine, non abbiamo utilizzato i risultati di studi controllati o di ricerche epidemiologiche, che pure esistono, perchè sembrano per ora difficilmente applicabili alla realtà dei nostri servizi. Ci siamo invece basate  prevalentemente sui risultati di  osservazioni che potremmo definire “cliniche” o addirittura su testimonianze personali.
La ricerca scientifica, infatti, è un ottimo metodo per fornire risposte attendibili alle nostre domande. Ma, in ambiti in cui la generalizzazione e il pregiudizio sono particolarmente facili,  non ci sono risposte giuste a domande sbagliate. Noi crediamo (verbo non scientifico), che, per una serie di motivi tecnici e metodologici che non è qui il caso di approfondire,  oggi, nel nostro contesto professionale, si debba ancora lavorare sulle  ipotesi. Avremo poi tutto il tempo di verificarle attraverso ricerche ben fatte.  

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 L'emigrazione in quanto tale, indipendentemente dal paese di partenza e dal paese di arrivo, potrebbe essere un fattore di rischio per le tossicomanie? a volte, sì. 

 

Un fattore di rischio è una condizione, una situazione o un fatto la cui presenza è  associata ad una maggior probabilità di manifestare una determinata malattia o condizione. Per esempio il sesso maschile è attualmente un fattore di rischio per l’infarto del miocardio, per gli incidenti sul lavoro, per le tossicomanie. Queste sono semplici associazioni statistiche.  Non ci dicono nulla sul rapporto tra la mascolinità e gli  altri  tre  fenomeni . Ma ci dicono che , per esempio, quando ci occupiamo di salute maschile ci conviene tenere presenti questi tre rischi piuttosto che concentrarci sulla riduzione della morbilità per malattie allergiche.
Per quanto riguarda l’emigrazione ci sono moltissimi studi “ locali”, svolti in varie parti del mondo,   che hanno rilevato un maggior uso di sostanze o altri comportamenti devianti in questo o quel gruppo etnico non autoctono.  In Italia i dati epidemiologici sono carenti perché nella rilevazione ministeriale effettuata dai SER.T. l’origine etnica non è rilevabile .  Se anche questi dati ci fossero sarebbero però di difficile interpretazione perché soggetti a troppi fattori confondenti.  Quello che è certo è che: 

  • per un certo numero di  persone l’andare a vivere in un altro paese è fonte di uno specifico stress .
    Uno dei modi per farvi  fronte  è l’utilizzo di quelle sostanze che noi chiamiamo droghe, alcol e tabacco compresi.

L’adattamento di un emigrante al nuovo ambiente dipende da fattori individuali quali l’età, il livello sociale  e culturale, le disponibilità economiche , la personalità. Tuttavia gli studi svolti in merito consentono di individuare cinque fasi “emotive “ che si ripetono abbastanza costantemente in ogni persona: 

Poco prima di partire

  • Anticipazione della vita futura
  • Disimpegno dai legami
  • Entusiasmo ed eccitazione
  • Aspettative positive
  • Tristezza per quello che si lascia

  • Stress collegato ai preparativi concreti della partenza
 Poco dopo l'arrivo

  • Sensazione di essere in vacanza

  • Gusto per le novità

  • Paragoni favorevoli con il paese di provenienza

  • Shock culturale

  • Spaesamento

  • Difficoltà a interpretare il contesto

  • Stress e ansia rispetto alla capacità di agire nel nuovo ambiente

Sei mesi dopo l'arrivo

  • Sensazione di essere in “ Luna di miele”

  • Soddisfazione per la decisione attuata

  • Ansia per la separazione stabile da ciò che era famigliare

  • Paura di ulteriori cambiamenti

  • Senso di isolamento

  • Rabbia e depressione represse per le difficoltà a far fronte al nuovo ambiente

  • Perdita di autostima

  • Sensazione del disinteresse generale verso il paese da cui si proviene

  • Delusione

 Tre anni dopo l'arrivo

  • Sensazione di dissociazione irreversibile dalla vecchia vita

  • Presa di coscienza del cambiamento di valori, prassi e riferimenti
  • Identificazione e famigliarità con il nuovo ambiente
  • Desiderio di tornare indietro
  • Decisione ambivalente di rimanere

  • Perdita di autostima
  • Incertezza su sé stessi

Cinque anni dopo l'arrivo

  • Senso di appartenenza  (se tutto va bene) o
  • Crisi di rigetto per il nuovo paese
E’ facile immaginare come il processo sopra  descritto possa comportare l’esperienza cronica di ansia, incertezza , stress, tristezza, senso di perdita, crisi di autostima.  
Si può dire che lo “stress da transculturazione” è noto in medicina fin dal 1688 quando Johannes Hofer lo descrisse tra i mercenari svizzeri all’estero che egli curava: si chiamava “ Heimweh” o “ mal du pays” ed era considerata  una malattia potenzialmente mortale. Siccome non aveva nome in latino Hofer la chiamò “nostalgia” dal greco “nostos” , ritorno in patria, e “ algos”,  dolore.


Alco
ol, tabacco , eroina, cocaina, cannabinoidi  producono  specifici  cambiamenti degli stati d’animo e dei comportamenti correlati che possono “curare “ i sintomi di questa malattia.  Si pensi, per esempio, all’importanza per un immigrato di superare l’inibizione correlata alle difficoltà linguistiche e l’insicurezza che ne deriva e a come la cocaina possa ridurre questo problema .
Tutte queste sostanze vengono assunte ciascuna per il proprio particolare effetto psicotropo. La tossicomania tuttavia si sviluppa probabilmente non a  causa di questi diversi effetti ma come conseguenza di un effetto comune mediato dagli stessi sistemi neuronali. Contrariamente a quanto per molti anni si è sostenuto, questi sistemi NON sembrano collegati al piacere come comunemente lo intendiamo ( = sensazione gradevole) ma a ciò che potremmo meglio definire “passione” . La passione ( per la musica , per un uomo, per la politica, per il calcio) è ciò che da senso, interesse e motivazione alla nostra vita ma non ha molto a che vedere con il piacere: un tifoso del Brescia  è altrettanto “appassionato” quando la squadra perde una partita dietro l’altra ma certo non prova nessun piacere. Ciò non ostante non se ne distacca . Quando questo sentimento raggiunge un’intensità estrema , “patologica” parliamo di mania. Intendiamo dire che quella persona è preda della sua passione , non la controlla più , non ne è più responsabile. L’esposizione a certe sostanze induce qualcosa di molto simile : una tossicomania. Una tossicomania non ha nulla a che fare con il piacere. A questo punto la sostanza non viene assunta per il suo effetto psicotropo  così come la cinquecentesima edizione della Divina Commedia non viene acquistata dal collezionista maniaco per leggerla. In realtà, a questi livelli,  questi comportamenti e queste sostanze vengono assunti  solo per interrompere una penosa sensazione di “mancanza “ da essi stessi provocata. Come abbiamo visto lo spaesamento , in una certa fase, può tradursi in una serie di vuoti e di mancanze , in una crisi dell’appartenenza. La tossicomania è una  sorta di effetto indesiderato del consumo di droghe , perché si traduce nell’assumere, contro la propria stessa volontà, sostanze di cui non si sentono più gli effetti positivi. Ma può , in questi casi, mantenere ancora qualche aspetto funzionale, primo fra tutti quello di evitare, sostituendosi ad esso,  il sentimento di totale alienazione che si manifesta quando il progetto di vita rappresentato dal nuovo paese sembra fallire .      

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Se l'emigrazione è un fattore di rischio per le tossicomanie qual è il rapporto tra i due fenomeni? variabile.

 

La migrazione è vista  spesso come un fenomeno unitario, definito dal concetto di qualcuno che si sposta da un paese ad un altro per abitarci. In realtà tante diverse persone,  per tante diverse ragioni, si spostano dando a questo fatto tanti diversi significati . E diversi significati ha anche la correlazione con l’uso di sostanze.  Abbiamo provato a individuare tra i pazienti  stranieri che abbiamo incontrato alcune di queste diverse tipologie.
Ci è sembrato che la provenienza geografica di queste persone coincida abbastanza bene, anche se forse per caso,  con alcune situazioni paradigmatiche che ben rappresentano il possibile diverso rapporto tra migrazione e tossicomania.
Ecco le nostre ipotesi.  

 

Sudamericani: cocaina, abitudine da  cittadino del mondo  

 

Transessuale, brasiliano, cocainomane , irregolare, parla portoghese e italiano, scolarità primaria, dedito alla prostituzione con propria soddisfazione, nessun problema economico, il paziente si lamenta dei pregiudizi di tipo sessuale e dell’atteggiamento verso gli stranieri adottato dalle autorità del nostro paese, dove peraltro si trova benissimo . Non sembrano tuttavia esserci particolari collegamenti tra l’uso di cocaina e la residenza in questo o quel paese.
L’assunzione della sostanza sembra piuttosto parte di uno stile di vita e di una sottocultura trasgressiva cosmopolita che non cambia molto al cambiare del contesto geografico, almeno per quanto riguarda Americhe ed Europa .
 

 

Europei: l’espatrio come terapia della tossicomania 

 

I pazienti europei  sono tutti eroinomani con un problema secondario di dipendenza o abuso di cocaina o alcol . Spesso hanno un coniuge italiano, nella metà dei casi separato, e non hanno problemi linguistici. Uno solo parla solo la propria lingua.  Tutti hanno frequentato una scuola superiore o professionale. Tutti avevano una professione in patria.   Presentano diagnosi o problemi correlati alla tossicomania piuttosto pesanti: disturbo depressivo maggiore, disturbo evitante di personalità, disturbo da attacchi di panico, bulimia , cefalea a grappolo, aids, mobbing, superlavoro , padre profugo politico, abuso fisico o sessuale, suicidi o morti violente di persone significative per il soggetto,  separazione forzata dai figli minori, perdita di status dovuta a rivolgimenti politici.   Sono tutti venuti in Italia aspettandosi di chiudere con il passato tossicomanico  e pensando , cambiando paese, di cambiare completamente vita. Per un po’ ci sono tutti riusciti.  

 

Indiani: l'eroinacome terapia della nostalgia?  

 

I 17 Indiani che si sono rivolti al nostro sono tutti maschi, dai 24 ai 44 anni, eroinomani. Tutti in regola con il permesso di soggiorno , lavorano nell’agricoltura. Molti di loro hanno moglie e figli in India, qualcuno si è fatto raggiungere dalla famiglia . Nonostante il livello scolastico elevato ( per quasi tutti equivalente alla scuola media superiore ) non hanno nessuna o una minima conoscenza delle lingue europee. Provengono da una regione , il Punjabi, contesa tra India  e Pakistan, tra mulsulmani e Indù , dove l’Hindi ha sostituito l’inglese come lingua obbligatoria nelle scuole.  Molti sono in Italia da molti anni ma non hanno affatto imparato la lingua tanto che per nessuno è possibile completare la cartella clinica . Completamente isolati dal contesto locale, lavorano anche 60 ore alla settimana con la speranza di guadagnare abbastanza per tornare in India. Si tratta di persone che non desideravano affatto lasciare il proprio paese, e che, di fatto, emotivamente non lo lasciano. Mantengono infatti stretti legami quasi unicamente tra persone del proprio gruppo etnico, tornano in India per sposarsi e cercano di allevare i figli là. Probabilmente non avevano alcuna idea dell’Italia e non hanno tuttora nessun desiderio di conoscerla . A noi chiedono solo metadone, non rimangono in carico dopo la disassuefazione che ripetono più volte. La tossicomania sembra nel loro caso un’epidemia correlata alle condizioni sociali specifiche della loro emigrazione, come lo era l’alcolismo tra gli operai italiani in Francia nel secolo scorso.

 

Nordafricani: tossicomania e delusione

 

I nordafricani che si sono rivolti a noi sono tutti politossicomani. Immigrati illegalmente, sono presumibilmente implicati in attività illecite. Hanno qualche problema linguistico con l’italiano ma parlano francese.  Il loro livello scolastico è elevato (scuola media superiore o cultura universitaria), sono di provenienza medio o piccolo borghese. In due casi segnalano  problemi connessi ai rapporti con l’altro sesso ( partner italiane ).  In un caso vengono riferiti episodi traumatici ( vittima di tentato omicidio , sfregio , minacce all’incolumità fisica).

L’uso di droghe sembra , ovviamente, collegato alle frequentazioni criminali di queste persone. Che peraltro sembrano risentire molto negativamente dello  scarto tra l’ambiente sociale e culturale di provenienza, con il suo  sistema di valori “perbene”, le aspirazioni “europee” con cui era iniziata la migrazione e la realtà estremamente  marginale in cui i soggetti si sono trovati a vivere. Sembrano persone in grave conflitto con se stesse  per le quali l’uso di droghe sembra inserirsi in quello che loro stessi considerano un degrado tanto più difficile da tollerare quanto diverso era il quadro che si erano fatti del proprio futuro in Europa .

 

Vittime : tossicomania il minore dei problemi

 

C’è un altro importante gruppo di emigranti che potrebbe fare  uso di droghe e che , finora , non ci siamo accorti di avere incontrato nel nostro servizio: quello delle persone  che hanno lasciato il proprio  paese  perché perseguitate, e che sono state vittime di gravi violenze da parte del potere , inimmaginabili nel nostro paese. Potrebbe essere il caso di molti Africani o di soggetti provenienti da paesi come l’Iraq o alcuni stati sudamericani. In questi casi l’uso di sostanze potrebbe  avere un ovvio significato adattativo e certo non il maggiore dei problemi che queste persone si trovano ad affrontare. 

 

Il rapporto tra emigrazione ed uso di sostanze può interferire con il trattamento del singolo paziente? Sì.

  •  L’interferenza più ovvia è quella linguistica. Paradossalmente il problema non insorge solo perché non si conosce una lingua comune. Anche quando una persona padroneggia perfettamente  lessico e sintassi la comunicazione può essere disturbata . Studi linguistici recenti, infatti, dimostrano che la principale fonte di fraintendimenti non è non capire cosa l’altro dice ma perché lo dice. Per esempio gli Inglesi usano formule dubitative e di cortesia molto più degli Italiani. Il risultato è che un Italiano perfettamente parlante inglese ma non conscio degli aspetti sequenziali dell’interazione sembrerà ad un Inglese brusco e maleducato. Al contrario un Inglese parlante italiano non verrà preso in considerazione perché quanto dice verrà considerato ambiguo.  In ambito terapeutico tutto ciò può creare dei problemi : il personale infermieristico per esempio potrà trovare sfacciati certi pazienti o trascurarne altri per questo genere di motivi
  • Un’altra serie di problemi è quella dovuta al fatto che qualunque straniero, almeno agli inizi dell’interazione , può incarnare ai nostri occhi un archetipo tanto potente nella fantasia dell’umanità da aver dato origine a miti fondanti dell’identità di intere nazioni. L’Italia in particolare nasce come terra straniera a cui Enea, straniero, è destinato dagli dei . Questa figura si ripresenta nella fondazione di Roma ad opera di Romolo, discendente sì di Enea, ma nuovamente “estraniato” perché allevato da una lupa . E poi di nuovo nel popolamento della città, non attraverso il fratello,  ma  attraverso “criminali” espulsi da altri villaggi. E ancora nel ratto delle Sabine, anch’esse straniere. In questo mito ritroviamo, volendo, tutte le condizioni che ancora e dovunque si associano all’idea di straniero e di straniera : la sconfitta, l’esilio, la devianza, lo stupro  tagliano i  legami con il passato e perciò consentono uno  straordinario futuro che però si realizza anche distruggendo la realtà in cui si realizza.  Roma, caput mundi, senza confini, comporta la sparizione dell’antico Lazio. E’ una città di stranieri.  Non possiamo in questa sede soffermarci sui risvolti ambivalenti di questa figura ma una cosa è certa: chi va all’estero, da qualunque luogo provenga e ovunque sia diretto ,  carica la sua persona di un ruolo che gli preesiste. Dal punto di vista terapeutico questo può complicare le cose perché noi ci troviamo di fronte a singole  persone in crisi che non hanno certo bisogno di un’identità attribuita d’ufficio. L’utilizzo dei cosiddetti “mediatori culturali”, che spesso vengono considerati una buona soluzione, per esempio, sottintende l’ipotesi che le persone si definiscano fondamentalmente sulla base dell’appartenenza etnica o nazionale e non , per esempio, sulla base di quella politica o culturale . Questo non è il punto di vista dell’emigrante . Questo è il punto di vista sugli immigrati. Osservo per esempio che la parola “cultura” se riferita agli Italiani significa che sono colti se riferita agli stranieri o ai “locali” significa che sono “tipici”. Ma chi viene in un paese come l’Italia ragiona in termini di Cultura o di culture ? Chi viene al SER.T.  vuole un intervento “mirato” a quella che l’operatore ritiene essere la sua specificità “culturale” o , come i nostri Sik senza turbante, vuole del metadone ben dosato?   E perché il metodo Narcotici Anonimi, così apparentemente americano,   si diffonde in tutto il mondo senza alcun rapporto con la “cultura” locale ma solo sulla base del tipo di sostanza usata? E’ forse possibile che il principale problema che incontrano gli  stranieri che accedono ad un servizio sia il fatto che sono considerati stranieri tossicomani mentre sono tossicomani?
  • Infine un caso a parte  è quello della terapia delle vittime di persecuzioni o di gravi violenze. In questi casi la psicoterapia tradizionale basata sulla “terzietà” e sulla “neutralità” del terapeuta, l’approccio alla tossicomania come malattia primaria, l’interpretazione della tossicodipendenza come risposta disfunzionale a un problema della persona sono tutte inadeguate o, più spesso, controproducenti .  La persona che sta male perché vittima di qualcun altro, infatti,  soffre, per questo semplice motivo, di un terribile crollo dell’autostima, a cui certo non si rimedierà attribuendole , per di più, l’etichetta di psicolabile . Chi  è stato sconfitto, non è stato in grado di proteggere se stesso o “i suoi” da violenze subite in stato di impotenza, si sente in colpa e si vergogna  tanto più quanto più si sente oggetto di pietà.  In tutte le culture del mondo , compresa la nostra , ciò rappresenta anche una perdita di “status” sociale  , a volte un’offesa all’onore, qualcosa insomma di imbarazzante di cui la vittima è in qualche modo responsabile e che, non a caso, si potrebbe parzialmente riparare solo con la vendetta . Notiamo che questo non è un atteggiamento tipico solo di culture “arretrate”  Basti osservare che molte bombe  lanciate dall’aviazione americana sull’Afghanistan e sull’Iraq avevano nomi significativi come “ Twin Towers” anche se , presumibilmente , gran parte delle persone uccise da questi ordigni non sapevano nemmeno dove fosse New York.      L’individuo che si è trovato , suo malgrado, nel ruolo della vittima ha bisogno, in primo luogo, di ricostruire la propria immagine e quella dell’aggressore in maniera diversa dai ruoli perdente/vincente.  Per riuscirci deve in primo luogo vedere se stesso come qualcuno che è stato capace di resistere, che non ha sbagliato nulla , che ha ragione . Non deve  essere indotto a considerarsi un caso clinico, tanto meno di tipo psichiatrico, i cui problemi dipenderebbero  da come egli stesso vede le cose e non, come invece è,  da oggettivi comportamenti altrui. Come si può immaginare gran parte dei nostri consueti approcci alle tossicomanie, basati sulla  mitizzazione  del “ cambiamento”  del paziente ( e non invece dell’ambiente o, perché no?, del mondo) potrebbero essere, in questi casi, disastrosi. Non a caso l’ultima arma dei regimi più oppressivi che la storia ricordi non è stata la prigione ma la medicina nelle due versioni “igienistica” e “psichiatrica “.

 

a cura di Mariagrazia Fasoli

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BIBLIOGRAFIA

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