Cos'è una tossicomania
Le persone che hanno problemi con le sostanze d'abuso spesso si sentono in crisi perché non capiscono il proprio comportamento. Quando vogliono smettere, non ci riescono. Fanno cose che non avrebbero mai pensato di fare e di cui si vergognano. Non riconoscono più se stessi. Tutto questo può togliere a queste persone la fiducia e la stima di se stessi o, addirittura, suscitare la paura di essere pazzi, degenerati, "sbagliati", irrecuperabili. La confusione e lo sconforto possono anche aumentare se la persona in cerca di aiuto per il suo problema si rende conto che gli esperti in materia non sembrano sempre in accordo tra loro e arrivano persino a violente discussioni, anche pubbliche, sostenendo posizioni apparentemente opposte. Questa lettura ha l'obbiettivo di aiutarvi a capire perché avviene tutto ciò in modo che chi ha deciso di seguire un certo programma possa farlo senza dubbi angoscianti.
[u] ^ torna in altoLe sostanze usate a scopo voluttuario
L'uso di sostanze per alterare il
proprio stato d'animo, in modo che sia più adeguato alla situazione risale
probabilmente alle origini dell'umanità.
Le bevande alcoliche, per esempio, sono state usate per far fronte, nella maniera considerata "giusta", ad
eventi importanti per la persona o per il suo gruppo. Per esempio, ad una festa
prima di invitare una ragazza, in una riunione prima di prendere la parola in
pubblico, ma anche in guerra prima di andare in battaglia o, nella vita di ogni
giorno, dopo aver ricevuto una brutta notizia, può sembrare utile bere qualcosa
di alcolico o accendersi una sigaretta o bere un caffè per adeguare il nostro
umore alla situazione e riuscire con facilità a comportarci come ci si aspetta
da noi.
Queste sostanze, infatti, hanno un effetto farmacologico sulla nostra
mente anche se è molto difficile
che una persona le sperimenti perché ha letto un testo di medicina. E' molto più
probabile che le assuma per il significato sociale che hanno acquisito
nella sua cultura, pur collegato all'effetto farmacologico. Nello stesso modo,
ognuno di noi ha le proprie particolari abitudini alimentari (che influiscono
anche sulla salute). Queste abitudini, però, dipendono dal rapporto che abbiamo
stabilito con la cultura gastronomica in cui siamo cresciuti e non certo dai
corsi di dietologia. Per questo si parla di uso "voluttuario" di certi
prodotti come il tabacco, il vino, il caffè il cioccolato ma anche, in altre
culture, l'haschish o le foglie di coca.
Tutti questi generi voluttuari vengono utilizzati
all'interno di una serie di convenzioni sociali ma quasi tutti contengono
sostanze psicoattive che, in misura molto diversa, possono influenzare il nostro
cervello e, più o meno raramente, indurre quella che i medici hanno chiamato
tossicomania.
Cervello e comportamento
Il comportamento è sempre il risultato di un lavoro molto complesso svolto dal nostro cervello.
Questo lavoro consiste (anche) nell'integrare i messaggi che i sensi trasmettono dall'esterno (temperatura,
rumore o luce), quelli che provengono dall'interno del nostro corpo (come il
restringimento dei vasi sanguigni quando abbiamo paura), quelli che abbiamo
immagazzinato come ricordi (per esempio le esperienze del passato in circostanze
analoghe) e quello che abbiamo imparato (come la traduzione dei segni
dell'alfabeto in concetti). Tutto ciò produce una "interpretazione
cognitiva" di ciò che stiamo vivendo. Se a questa interpretazione si associa
un'emozione noi potremmo mettere in atto un certo comportamento.
Per esempio le onde sonore prodotte dal volo di un insetto vicino alle nostre orecchie in pieno giorno, più
quello che abbiamo letto sulla zanzara tigre, più il ricordo di precedenti
punture produrranno nel nostro cervello l'interpretazione cognitiva "zanzara
tigre". Se a questo concetto si assocerà una emozione negativa noi faremo
immediatamente qualcosa, come spostarci o prendere l'insetticida, "senza nemmeno
pensarci ". Che significa, in realtà, aver pensato in pochi millisecondi a
moltissime cose, pur senza esserne consapevoli. L'intensità della nostra
emozione negativa dipenderà, infatti, dalla reale nocività dell'insetto, dal
nostro temperamento, dalla nostra personale esperienza, ma anche dall'immagine
"sociale" della zanzara tigre, certo peggiore di quella dell'ape che pure punge
anche più dolorosamente.
Quindi le nostre azioni, anche le
più semplici, sono il frutto di come il nostro cervello elabora informazioni,
ragionamenti, ricordi, trasformando tutto ciò in una interpretazione associata
ad uno stato d'animo che determina la nostra motivazione ad agire.
Che cos'è un'emozione
L'etimologia (cioè la scienza che studia l'origine delle
parole) ci dice che emozione è tutto ciò che ci fa muovere (dal latino "ex
motus" cioè "mosso da"), quindi che induce un comportamento o un sommovimento
fisico.
Cantautori, poeti, scrittori, filosofi, fisiologi,
psicologi e, naturalmente, comuni mortali hanno dato le loro definizioni e
ciascuno di noi può scegliere quella che preferisce.
Qui interessa sottolineare che le emozioni non hanno sede
nel cuore, come un tempo si credeva, ma nel cervello e sono sempre collegate a
determinati pensieri. Per questo gli attori riescono a produrre la stessa
emozione in centinaia di persone, indipendentemente dall'umore di partenza di
ciascuno e anche noi possiamo far ridere chi è triste raccontando una storia
divertente o far piangere persone serene raccontando storie tristi. Quindi è
vero che le emozioni non possono essere controllate volontariamente ma è anche
vero che possono essere indotte e modulate da determinati pensieri.
Qualunque cosa sia, un'emozione è associata ad un certo
stato biochimico del cervello di cui noi diventiamo coscienti anche
attraverso sensazioni fisiche, interpretate però come stati psichici.
Per esempio il "tuffo al cuore" che ci colpisce quando
vediamo la persona amata può essere registrato come aumento della pressione
arteriosa e della frequenza cardiaca e respiratoria ma anche come cambiamento
dell'attività elettrica e biochimica di certe aree del nostro cervello.
Come agiscono le sostanze psicotrope
Ma perché certe sostanze possono (a volte) cambiare le
nostre emozioni? Per esempio, perché il vino (che contiene alcol) può farci
diventare più arrabbiati o più concilianti o più allegri o più tristi? E perché
invece gli antidepressivi non fanno nessun effetto a chi è di umore normale e
migliorano invece l'umore dei depressi?
Tutto questo dipende dai meccanismi di funzionamento del
nostro cervello. Anzi, per meglio dire, del sistema di comunicazione tra le
nostre cellule. Questo sistema comprende quello che la vecchia medicina
chiamava apparato nervoso (centrale e periferico) ma anche l'apparato endocrino
(costituito dalle ghiandole che producono ormoni) e l'apparato immunitario.
Tutto ciò può essere visto come un unico sistema che ha il compito di rilevare analizzare
elaborare rispondere a stimoli, interni o esterni, importanti per la nostra vita
e per le nostre relazioni.
Le "parole" attraverso cui le cellule comunicano sono
particolari molecole (chiamate, di volta in volta, neurotrasmettitori o ormoni)
che vengono riconosciute e decifrate da particolari strutture cellulari
(chiamate recettori) come le chiavi vengono riconosciute da una serratura.
Un altro modo di descrivere l'attività del nostro "cervello
diffuso" è il paragone tra i nostri stati d'animo e l'esecuzione di un'opera
musicale. Senza il fatto fisico costituito dal rumore prodotto dalla pressione
sui tasti del pianoforte, dal passaggio dell'aria nella laringe del cantante,
dalle vibrazioni del timpano dello spettatore non si creerebbe nessun concerto.
Perciò non ha proprio senso parlare di un'opera musicale come fatto "psichico" o
"fisico" e, infatti, nessun musicista la vede così.
Nel nostro cervello l'interazione tra recettore e
neurotrasmettitore ha la funzione dei tasti premuti. Le sostanze psicotrope
(cioè attive sulla psiche) interferiscono con la musica suonata come tasti di
altri strumenti. Il risultato finale dipende dal tipo di strumento che aggiungo
ma anche dallo spartito. Per esempio l'effetto disinibente dell'alcol può
liberare rabbia, allegria, tristezza in base all'umore sottostante.
Alcune di queste sostanze vengono usate come farmaci e, in
questi casi, sostituiscono o regolano la produzione per qualche motivo alterata
di neurotrasmettitori ripristinando le condizioni fisiologiche.
Per esempio se una persona, che sta bene e non ha
particolari problemi, in pochi giorni comincia a sentirsi disperata come chi ha
subito ha subito una gravissima perdita molto probabilmente ha sviluppato una
malattia, collegata alla riduzione di alcuni neurotrasmettitori, che si chiama
disturbo depressivo maggiore. Una depressione può essere causata da squilibri
biochimici indotti, per esempio, da sostanze antivirali come l'interferone o da
sostanze ormonali come i contraccettivi orali, o da infezioni o da carenze
vitaminiche o persino da condizioni fisiologiche come il parto. Nella maggior
parte dei casi non possiamo individuarne la causa ma, spesso, possiamo
ugualmente risolvere il problema in poche settimane somministrando dei farmaci,
chiamati antidepressivi, che sostituiscono oppure stimolano la produzione delle
molecole mancanti, ripristinando il giusto equilibrio.
Le droghe come psicofarmaci
Molto prima che i farmacologi studiassero il nostro cervello l'umanità aveva scoperto le proprietà terapeutiche di certe sostanze naturali, generalmente usate a scopo voluttuario, sulle malattie mentali. L'oppio, per esempio, è stato utilizzato per secoli per i cosiddetti "pazzi furiosi". Costoro, probabilmente, erano persone affette da una malattia mentale, chiamata "disturbo bipolare", caratterizzata da improvvisi passaggi da uno stato di eccitazione ad uno stato di profonda depressione. Oggi questa malattia si può curare perfettamente con il litio. Dato però che esistono ancora molti pregiudizi sulle malattie mentali, a volte le persone con questo disturbo evitano di rivolgersi ad uno psichiatra per non sentirsi, appunto, un "pazzi furiosi". Se costoro si rendono conto che assumendo eroina il loro stato mentale migliora continueranno a farlo e rischieranno di sviluppare una tossicomania cioè di perdere il controllo sulla quantità di sostanza assunta ed anche sui suoi effetti. Il motivo per cui sono stati inventati nuovi psicofarmaci infatti è proprio la pericolosità dei vecchi rimedi. Così come possono "curare" i sintomi di certe malattie psichiatriche, infatti, la maggior parte delle droghe possono anche riprodurre sintomi psichiatrici creando gravi problemi diagnostici e terapeutici.
[u] ^ torna in altoLe droghe come "adattogeni"
Di regola le emozioni negative prodotte dai nostri
neurotrasmettitori non sono sintomi di malattia ma importanti segnali di allarme
che il nostro cervello ci invia per farci reagire a qualcosa di dannoso o
pericoloso, come la morte o l'abbandono da parte di una persona cara o la
mancanza di riconoscimento sociale o di sicurezza o di amicizie.
Se non possiamo agire sul problema, o se le nostre azioni
non sono efficaci, questo segnale diventa un allarme che suona a vuoto e perde
la sua utilità mantenendo solo i lati spiacevoli.
E' un'emozione che non può farci "muovere" ma può solo
farci sentire molto male. Almeno per un po' perché, in molti casi, con il
tempo, la reazione neuropsicobiologica si attenua spontaneamente. I nostri
pensieri, inoltre, possono dare un senso a quello che ci accade e produrre
emozioni meno negative e, a lungo termine, persino positive.
Sugli stati d'animo fisiologici, ma non più utili, è però
possibile intervenire anche con sostanze che alterano l'umore. In questi casi,
a differenza di ciò che accade con gli psicofarmaci prescritti per vere malattie
psichiatriche, le sostanze non ripristinano la situazione fisiologica (che,
anzi, è quella a cui vogliamo sfuggire, perché spiacevole) ma producono un
cambiamento temporaneo e "artefatto" delle nostre emozioni. Così, per esempio,
una persona paralizzata dalla paura di sbagliare o estremamente stanca può
sentirsi subito sicura e in forma assumendo cocaina e riuscire a fare quello di
cui non si sentiva capace. Molte "droghe" sono state usate per millenni proprio
a questo scopo "adattogeno" cioè per adattare rapidamente le proprie
emozioni e percezioni alle circostanze. In passato, e per qualcuno ancora
oggi, questa funzione era molto importante, addirittura "salvavita". La
condizione umana era, infatti, precaria e le persone potevano solo sperare di
vivere alla giornata facendo fronte come potevano a pericoli e stress. Si pensi,
per esempio, ai soldati nelle trincee della prima guerra mondiale e alla
funzione svolta dall'alcol e dalle sigarette per prevenire una totale perdita di
controllo a cui sarebbe probabilmente seguita una sicura disfatta.
Le droghe come abitudine sociale
Oltre agli effetti sopra descritti, dovuti all'azione delle
sostanze sui nostri recettori, ci sono però anche altri fattori che inducono la
persone ad usare droghe.
Tutti questi composti, infatti, hanno anche un significato
sociale. Possiamo definire significato sociale il valore che il gruppo in cui ci
riconosciamo attribuisce a un certo comportamento. Per esempio, festeggiare il
capodanno con lo spumante o con la cocaina non è semplicemente una questione di
gusti ma può indicare l'adesione o il rifiuto di determinate convenzioni
sociali, anche se le due sostanze possono entrambe indurre una grave dipendenza
e gravi danni alla salute.
Il contesto sociale e ambientale però non condiziona solo
la scelta della sostanza ma , in parte anche i suoi effetti, dato che questi
derivano sempre dall'interazione del farmaco con il nostro stato mentale che
è fortemente dipendente dalla situazione sociale.
Ecco perché, per esempio, l'assunzione generalizzata di
alcolici a Brescia, prima della partita con l'Atalanta, è foriera di disordini e
violenze e non lo è affatto quando le stesse persone, nella stessa città,
bevono altrettanto, nel corso di un raduno degli Alpini. Per questi motivi, la
maggior parte delle droghe, assunte in determinati modi e circostanze, sono
state considerate, in qualche epoca o in qualche paese, dei veri e propri
fattori di aggregazione sociale mentre in altre circostanze sono state
considerate, e sono state, causa di disgregazione.
Perché molte persone non smettono di usare droghe sapendo che producono danni
Come si è detto, le cosiddette droghe sono state usate
dall'umanità come "normali" generi di conforto. Non quindi per stare male ma per
sentirsi bene e per essere in grado di far fronte a situazioni difficili. In
realtà, a lungo termine, gli svantaggi di queste abitudini superano molto spesso
i vantaggi. Tutti conoscono i danni fisici (per esempio il cancro o l'infarto
nei tabagisti), psichici (per esempio l'instabilità emotiva degli eroinomani) e
sociali (per esempio le eccessive spese dovute al costo della cocaina) collegati
all'uso di sostanze.
Perché, allora, tante persone, quando si accorgono di avere
più danni che vantaggi dall'uso di questi "prodotti", vorrebbero smettere ma non
ci riescono?
A questa domanda sono state date molte risposte, più o meno
confermate dai fatti.
La tesi più diffusa tra chi non ha mai sperimentato nessuna
dipendenza è che tutto sia dovuto a malafede, stupidità o "debolezza di
carattere". In realtà nessuno studio condotto con i metodi della ricerca
scientifica è mai riuscito a dimostrare l'esistenza di una "personalità
tossicomanica". Del resto, se si fa una rassegna dei personaggi noti per il loro
valore e la loro "forza", di cui è nota anche la tossicomania da qualche
sostanza, vi si trovano veramente persone di ogni genere: "devianti" come i
poeti Gabriele D'Annunzio (cocaina) e Charles Baudelaire (oppio), benefattori
come la fondatrice del servizio infermieristico in zone di guerra Florence
Nightigale (oppio), grandi psicologi come il fondatore della psicoanalisi
Sigmund Freud (cocaina e tabacco), nonché grandi campioni dello sport, famosi
uomini politici e capitani di industria a tutti noti.
Forse è meno noto che anche gli umili topini da
laboratorio, se trattati con le stesse droghe, in analoghe circostanze,
presentano comportamenti identici a quelli dei tossicomani umani. Per esempio i
ratti resi cocainomani sono disposti a rinunciare al cibo, a camminare su lastre
roventi, a premere una leva fino a 270 volte per avere una sola somministrazione
di cocaina. Gli studi su animali, per quanto contestati dagli animalisti, ci
hanno insegnato molto sui meccanismi della tossicomania. Altre informazioni sono
state invece ricavate dagli studi di neuroradiologia, di psicologia clinica e di
farmacologia clinica. La conclusione che ne emerge è che le persone, e gli
animali, non smettono di usare droghe non ostante il danno perché sono
diventate tossicomani cioè perché il loro cervello, attraverso la deviazione di
una serie di meccanismi psicofisiologici fondamentali per la nostra
sopravvivenza individuale e di specie, produce uno stato di estremo disagio
in assenza della sostanza. Questo stato psicofisico viene chiamato "craving"
nella letteratura scientifica internazionale, ma la parola più adatta per
descriverlo in italiano è "smania".
La smania
La comparsa della smania definita dal vocabolario come
"desiderio intenso, agitazione, inquietudine fisica e psichica dovuta a
impazienza, nervosismo, fastidio" è il sintomo cardine della tossicomania.
Questa condizione è identica per tutte le droghe e non ha nulla a che fare con
la sindrome d'astinenza.
La sindrome d'astinenza, infatti, è solo il segnale
della cosiddetta dipendenza fisica. Si tratta di una serie di sintomi psichici e
fisici che si manifestano quando si sospende di colpo una sostanza che si è
assunta per molto tempo. Questa sindrome non è presente per tutte le droghe, è
presente per molti farmaci che droghe non sono affatto (per esempio alcuni
antiipertensivi), ed ha caratteristiche diverse per le diverse sostanze. Si
risolve in pochi giorni o in poche settimane e non ha molto a che fare con le
ricadute nell'uso di sostanze.
Il termine "smania", invece, utilizzato in italiano fin dal '300,
descrive uno stato che non è certo riferito specificamente alla situazione
di chi è dedito all'alcol o alla cocaina. In effetti, in condizioni
fisiologiche, gli uomini e gli animali, sono presi da smania quando devono
mettere in atto comportamenti essenziali per la sopravvivenza della specie,
anche a costo di correre gravi rischi individuali. Questi comportamenti
sono la ricerca del cibo per sé e per i propri simili (caccia), la sessualità
(innamoramento), la cura della prole (amore materno), l'aggressività (guerra).
Tutto ciò non ha a che fare con il piacere ma con la passione.
Oggi non c'è bisogno della passione per la caccia per
sfamare la famiglia, né della passione degli innamorati per riprodursi
rischiando la vita, né di quella delle madri per salvare i piccoli da catastrofi
e saccheggi, né di quella dei guerrieri per impadronirsi delle risorse utili
alla sopravvivenza della tribù. Ma il nostro cervello si è evoluto durante
170.000 anni di preistoria e solo alcuni millenni di civiltà. Perciò la
struttura della nostra mente, ancora oggi, ha molto in comune con quella dei
nostri più lontani antenati e ciò spiega perché anche la nostra attuale
organizzazione sociale, in fondo, sia spesso dominata dalle passioni (per
l'innamorato, per Dio, per la scienza, per il cotechino, per l'Inter, per la
patria, per i francobolli) molto più che dai piaceri o dai ragionamenti. Quando
una passione diventa la cosa più importante nella vita di una persona, parliamo
di dedizione. Tutto ciò ha un riscontro neurobiologico nel nostro
cervello. Grazie alla neuroradiologia, oggi, possiamo studiare anche il cervello
umano in attività. Abbiamo così scoperto che la comparsa della smania associata
a queste "passioni" comporta l'attivazione di un particolari sistemi neuronali e
di certe aree cerebrali, non coincidenti con quelle del piacere, che
rappresentano probabilmente la specifica funzione della "concupiscenza"
cioè del desiderio "appassionato". Tutte le droghe, indipendentemente dai loro
diversi effetti, agiscono anche su questo sistema.
Possiamo quindi ipotizzare che la tossicomania sia una
malattia nel senso che è probabilmente correlata ad uno squilibrio
cronico di questo sistema, determinato dall'uso di droghe. Squilibri
analoghi, peraltro, si manifestano anche con altre "manie" non indotte da
sostanze, ma molto simili dal punto di vista clinico, tutte collegabili ai
comportamenti sopra citati: cibo (bulimia, prodigalità), caccia (gioco
d'azzardo), guerra (temerarietà e sport estremi), sesso (ninfomania, satiriasi),
amore (dipendenza emotiva).
Possiamo quindi concludere che il motivo per cui chi è
dedito a droghe non riesce a smettere quando vorrebbe farlo è molto vicino a
quello per cui continuiamo a telefonare all'innamorato infedele che vorremmo
lasciare: il nostro irragionevole sistema neurorecettoriale, da noi incautamente
esposto troppo a lungo a quella persona o a quella droga, le ha registrate
erroneamente come indispensabili alla nostra vita e ci segnala la loro mancanza
con una (quasi) intollerabile smania che dobbiamo ad ogni costo appagare.
Perché molte persone smettono di usare droghe non ostante la smania
Come tutti i comportamenti l'uso di droghe è condizionato
da molti fattori diversi dal nostro personale stato d'animo. Il nostro stato
d'animo, d'altra parte è influenzato da moltissimi fattori che non hanno nulla a
che fare con la nostra eventuale dedizione. Infine nulla vieta che una persona
sviluppi molte passioni, tutte altrettanto "forti". E'noto a tutti il caso della
fumatrice accanita che smette di colpo non appena sa di essere incinta ma anche
quello dell'alcolista che smette di bere non appena si innamora (o
dell'innamorato che diventa alcolista dopo l'ultimo rifiuto).
Il più ovvio motivo per cui una persona riesce a
controllare l'incontrollabile, cioè la smania, è una forte motivazione
sostenuta da qualche altra passione. Su queste osservazione si basano molti
programmi terapeutici centrati, per esempio, sulla spiritualità come i programmi
di auto-aiuto AA e NA e quelli di molte comunità terapeutiche fondate da
religiosi.
Un altro motivo per cui una persona può smettere è che, in
certe circostanze, la smania e la conseguente assunzione di droghe siano
sistematicamente associate alla percezione di esperienze negative e
l'astensione sia associata alla percezione di esperienze positive. E' in
questo modo che la maggior parte delle sedotte e abbandonate finiscono per
sposare l'amico, meno affascinante ma molto più piacevole, sulla cui spalla ,
una sera dopo l'altra, hanno pianto (ma sempre meno) il perduto amore. Questa
possibilità di condizionamento è sfruttata da molti programmi comportamentali
che coinvolgono l'ambiente sociale del paziente, come i gruppi basati sulla
metodologia dei Club Alcolisti in Trattamento (CAT), alcune psicoterapie o la
terapia con disulfiram, un farmaco che produce malessere quando si assume alcol.
Può anche succedere che, in un determinato contesto, il
significato sociale dell'uso di sostanze cambi completamente e ciò sia
sufficiente ad inibire la comparsa della smania. Ciò spiega alcune complete
"guarigioni" di chi va all'estero ed è anche alla base dei successi di alcune
comunità terapeutiche. In altri casi, la mente riesce a percepire ed
interpretare la smania in una maniera completamente diversa separandola dal
comportamento di assunzione. Questo meccanismo, un po' più raffinato, viene
sfruttato, insieme ad altri, dalle psicoterapie cognitivo comportamentali e
richiede in genere un aiuto professionale.
La smania può essere anche controllata
farmacologicamente, almeno per alcune sostanze, consentendo alla persona di
vivere in maniera assolutamente normale e senza danni. Su questo si basano i
trattamenti farmacologici come il mantenimento con metadone per gli eroinomani.
Questi trattamenti però non sono semplici come si potrebbe credere e dovrebbero
quindi essere condotti da medici esperti.
In conclusione la smania, e quindi la dedizione, è un
fenomeno psicobiologico che si presenta come una reazione
indesiderata all'esposizione a certe sostanze assunte per tutt'altri
effetti. La sua manifestazione è condizionata da molti altri fattori
biologici, psicologici e sociali. I diversi metodi di intervento sfruttano
questi diversi fattori.
Cosa predispone alla dedizione
Premesso che non esiste nessuna "personalità tossicomanica",
che permetta di predire, in base ad un qualche test, chi diventerà tossicomane e
chi no, molti studi hanno dimostrato l'associazione tra lo sviluppo di una
dedizione alle droghe e alcune condizioni biologiche, psicologiche, sociali o di
carattere medico.
Queste condizioni non sono le "cause" della probabile
malattia del nostro sistema neurorecettoriale, determinata dall'esposizione alla
sostanza, così come il sovraffollamento e la malnutrizione non sono le cause
della tubercolosi, dovuta unicamente al bacillo di Koch. Però aumentano il
rischio perché facilitano l'esposizione ripetuta alle droghe, dato che
risentono positivamente di alcuni loro effetti. Per esempio un persona molto
timida potrebbe avere relazioni personali più soddisfacenti assumendo
alcolici o cocaina. Questo naturalmente le fa correre il rischio di sviluppare
una dedizione. Una persona affetta da emicrania tenderà ad utilizzare
qualunque cosa le tolga il dolore e, con l'autoterapia, avrà molte probabilità
di sviluppare problemi tossicomania.
Anche l'aver subito gravi violenze fisiche o morali
(maltrattamenti, violenza sessuale, mobbing, detenzione) può indurre le persone
ad assumere droghe semplicemente per poter sopravvivere a ricordi altrimenti
intollerabili. Inoltre chi, come i maschi, per motivi biologici regge
bene le sostanze d'abuso, le assumerà più frequentemente di chi manifesta subito
intolleranza come la maggior parte delle donne. Un altro fattore molto
importante nel determinare o no l'insorgere di una dedizione, a parità di
esposizione alla sostanza, è la situazione psichica della persona che,
naturalmente, è determinata dalle sue relazioni affettive e sociali, dalla sua
soddisfazione sul lavoro, dalle sue condizioni di salute, dalla sua filosofia di
vita.
In molti casi gli antecedenti della tossicomania devono in
qualche modo essere affrontati e risolti contestualmente al programma mirato
alla sospensione della sostanza perché, altrimenti, la persona finirebbe per
stare peggio senza droga che con la droga. Oltre a ciò, la presenza di problemi
così disturbanti può continuamente compromettere la motivazione a seguire un
programma o a mantenere la sobrietà. Per tutti questi motivi, accanto ad una
terapia o a un metodo per smettere di usare la sostanza, viene a volte proposta
una terapia o a un metodo per affrontare eventuali problemi che ne hanno
facilitato l'uso. Alcune psicoterapie, più impegnative e complesse di quelle
centrate semplicemente sull'astinenza, possono essere utili, o addirittura
necessarie, in molti di questi casi.
Come scegliere un programma
Da quanto sopra esposto si deduce che l'intervento sulle
dedizioni patologiche può essere fatto efficacemente a molti livelli, con
diversi metodi ed anche basandosi su diverse teorie della dedizione. Ciò è
confermato da tutte le ricerche scientifiche su larga scala finora condotte: in
tutti i casi la conclusione è stata che i programmi funzionano e, su base
statistica, tutti i tipi di programma funzionano nella stessa misura.
Questa affermazione può sembrare in contrasto con le
continue diatribe tra cosiddetti "esperti" che si accusano continuamente di
incompetenza dai giornali e dagli schermi televisivi, ognuno sostenendo il
proprio metodo. A volte queste posizioni possono essere spiegate da
condizionamenti economici (ognuno cerca di vendere la merce che ha) ma più
probabilmente dipendono dal fatto che i pazienti non scelgono a caso la terapia
e, quindi, i diversi terapeuti vedono non vedono lo stesso tipo di paziente. Per
esempio chi è divenuto eroinomane nel quartiere malfamato di una grande città,
dove è normale vivere di spaccio, cercherà di cambiare vita e si rivolgerà
probabilmente ad una comunità terapeutica basata sul cambiamento dei valori, una
persona con disturbi mentali che compromettono le sue relazioni famigliari
cercherà una comunità psicoterapica, l'abile artigiano con un mucchio di clienti
impazienti e una dipendenza da eroina si troverà benissimo con un trattamento di
mantenimento con metadone mentre l'insegnante di latino cocainomane troverà nei
gruppi Narcotici Anonimi riservatezza, solidarietà e l'atteggiamento non
giudicante di cui ha bisogno. Il fatto che chi opera con questi diversi metodi
creda fermamente al presupposto del suo programma è probabilmente un fattore di
successo. Fatte le debite distinzioni, ogni teoria può essere vera e utile,
così come ogni teoria può essere falsa e nociva. I servizi pubblici per le
tossicodipendenze sono stati creati per offrire, direttamente o indirettamente,
tutti i tipi di intervento e quindi dovrebbero essere in grado di orientare i
pazienti a valutare i pro e i contro dei vari interventi e, soprattutto, come le
varie teorie, peraltro sempre in fase di revisione, possono adattarsi alla
situazione di quella persona in quel momento. In ogni caso il paziente ha
il diritto, e l'interesse, a chiedere a qualsiasi terapeuta di spiegare
chiaramente quali sono le basi del suo metodo, per quale motivo pensa possa
essere utile in quel particolare caso, quali risultati è ragionevole aspettarsi
e in quali tempi. In caso di interventi sanitari o di psicoterapie, inoltre, è
anche utile informarsi sulla qualifica del terapeuta. E' importante infine
ricordare che in questo campo non esistono terapie efficaci in assoluto, cioè a
prescindere dalle convinzioni e dalla collaborazione dell'interessato: perciò
non sembra consigliabile impegnarsi in un programma, magari tecnicamente
perfetto, ma non in armonia con l'idea che il paziente ha del suo problema.
Perché un programma può fallire
Non ostante le moltissime ricerche effettuate è probabile
che cominciamo solo ora a intravvedere tutti gli aspetti della tossicomania. E'
anche possibile che ciò che chiamiamo tossicomania sia il fenomeno patologico
comune ad una serie di condizioni diverse così come la febbre è il fenomeno
patologico comune a molte malattie infettive. Quindi il primo motivo per cui un
programma può fallire è che i suoi presupposti non si adattano alla concreta
condizione di quel paziente o, anche, addirittura la aggravano. E' il caso
delle vittime impotenti di gravi violenze che si sottopongono a psicoterapie
basate sul presupposto che la psiche del paziente sia all'origine dei suoi
problemi invece di rivolgersi ad interventi che presuppongono la immediata
attivazione di provvedimenti in sua difesa. O della guida turistica
continuamente in viaggio costretta a perdere il lavoro per ritirare una farmaco
sostitutivo nei modi e nei tempi previsti dalla legge di vari paesi.
Altre volte, come è il caso di molte psicoterapie, il
programma richiederebbe competenze, per esempio linguistiche, che il paziente
non ha. Oppure, come le terapie di gruppo, richiede una esposizione dei propri
affari personali che non tutti sono in grado di tollerare.
Due cause di fallimento tuttavia sono abbastanza comuni in
tutti i trattamenti: la mancanza di sufficiente motivazione e la mancanza
del senso di autoefficacia cioè della convinzione di potercela fare.
Una persona per esempio può decidere di seguire un
programma per smettere di fumare non perché veda le sigarette come un problema
ma per far cessare le lamentele di famigliari e colleghi. Il suo obiettivo e
quello del programma in questo caso divergeranno e, molto probabilmente, nessuno
dei due sarà raggiunto. In casi di questo tipo, sarebbe molto più utile chiedere
un programma centrato sulla motivazione perché per ogni fase del processo
di cambiamento sono utili interventi diversi: per esempio quando l'interessato
"non vede il problema" potrebbe servirgli ricevere un supplemento di
informazione e uno spazio in cui elaborarle più che indicazioni su come
smettere.
Altre persone invece sono ben consce della gravità della
loro tossicomania e dei danni che ne derivano ma, proprio per questo, si sentono
impotenti ad affrontarla e, più si sforzano di cercare metodi avanzati e
terapeuti esperti più si convincono della propria incapacità. Per questi
pazienti è molto più utile sperimentare direttamente o indirettamente piccoli
successi, magari confrontandosi con un amico altrettanto compromesso che "ce
l'ha fatta" in un modo qualsiasi, piuttosto che sottoporsi a lunghi percorsi
diagnostici e terapeutici che sarebbero solo una conferma della propria
inadeguatezza e , in quel momento, peggiorerebbero la situazione.